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TeatroFestivalItalia: recensione di Interiors di Giustina Caputo

di Stefano Mavilio • 18 giugno 2009 • 3795

E’ ispirato al testo teatrale “L’intérieur” di “Interiors”, di , direttore artistico della compagnia Vanishing Point, messo in scena al Sannazzaro di nel corso della fortunata manifestazione Italia.
Lo spettacolo si caratterizza per la eccellente interpretazione degli attori e per la linearità  tecnica: in esso la sospensione del linguaggio e l’evocazione dei gesti si incontrano in un equilibrio di rara perfezione.
Il regista riesce a sviluppare magistralmente l’intuizione di Maeterlinck (nel cui testo un anziano osserva da una finestra la vita di una famiglia alla quale é venuto a portare la drammatica notizia della morte della figlia), lavorando soprattutto sulle immagini mute, che vengono percepite dallo spettatore attraverso il vetro spesso di un’ampia finestra, attraverso la quale si inquadra l’interno di una stanza da pranzo borghese (con mobilio, parato, quadri, suppellettili, tutto perfettamente “borghese”), in cui un gruppo di persone si riunisce per salutare la notte più lunga dell’anno.
Lo spettatore prende subito coscienza di trovarsi in una dimensione diversa da quella in cui si svolge l’azione: all’abbassarsi delle luci di sala, infatti, l’unico suono che arriva all’orecchio della platea é quello del vento gelido del nord, che spazza un paesaggio innevato, immerso in un freddo polare e nella oscurità  più fitta, rischiarata solo dal pallore di una grande luna, proiettata sulla parete scenica che separa il mondo reale dalla finzione.
Gli attori si muovono muti, ovattati, distanti, come in un acquario o in una palla di vetro: li vediamo muoversi, parlare, ridere, mangiare, rispondere svogliati o allegri, raccontare barzellette e boutade più o meno divertenti, fingere partecipazione, condivisione, ma nessun suono passa attraverso il vetro.
Il risultato é quello di un dramma voyeuristico, dove lo spettatore é costretto a spiare dall’esterno quello che accade ai personaggi che si muovono nella scatola di vetro. Ma non é una scatola di vetro immacolata, dove ognuno é puro e capace di mostrarsi agli altri per quello che é realmente. Ognuno dei personaggi ha desideri, pulsioni, pensieri inespressi e inconfessabili, rancori malcelati, delusioni fin troppo evidenti; ognuno di essi é portatore di una interiorità  frivola e convenzionale, a volte fin troppo banale.
Lo stesso Lenton ci invita ad uno sguardo benevolo verso ognuna delle sue creature. “Guardateli, ce l’hanno messa tutta. Sono brave persone, non possono fare a meno di avere desideri. Nevermind. Lasciamoli stare”.
La frase conclusiva della piece é pronunciata da una voce femminile, inizialmente fuori campo, che poi prende corpo nella figura bianca del fantasma di una giovane donna, che – con battute brevissime, secche, circondate ed immerse in lunghi silenzi – mette in contatto lo spettatore con i protagonisti dello spettacolo. E’ questo io narrante ed onnisciente che dà  voce al succedersi degli eventi, che legge le espressioni che di volta in volta si disegnano sui volti degli attori, che ne indovina i sentimenti, le reazioni, i desideri, le delusioni, in una riuscita ed equilibrata commistione di ironia e malinconia.
Quello che lo spettatore percepisce alfine – un insieme di movimenti muti, di sguardi, di espressioni, desolate e desolanti, di piccole frasi frammentate, ma soprattutto di lunghi e sonori silenzi – é una musicalità  di dialogo densa di suggestioni e di inespresso, che acquista significati reconditi sul senso della vita e della morte, al di là  del significato letterale delle poche e misurate parole.

Lo spettatore si lascia – suo malgrado – catturare da questo gioco voyeuristico cui il regista lo costringe e a poco a poco si trova avvolto in un di poesia, dove la realtà  quotidiana (con la sua dozzinale banalità ) e l’aldilà  misterioso si fondono in un perfetto equilibrio. Mai come in questo spettacolo il silenzio, la parola rarefatta diventano i protagonisti di una poetica che tende a provocare una piena partecipazione catartica dello spettatore, che, da soggetto passivo, esterno, estraneo, distante, lontano, viene messo a conoscenza del destino di ognuno dei personaggi che si muove nella scatola di vetro, destino che per alcuni sarà  drammatico e crudele, per altri banale e noioso, ma per tutti non lascerà  spazio alcuno per i sogni. E l’ironia allora lentamente cede il passo alla tristezza, nella consapevolezza che vi é un momento nella vita di ognuno di noi in cui le nostre abitudini sopravvivono a noi stessi e ai nostri sogni.

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Stefano Mavilio Esperto di comunicazione. Fondatore di ArsTuaVitaMea si occupa di cultura e comunicazione con i nuovi media. Responsabile comunicazione dell'agenzia televisiva Videocomunicazioni.com
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