Napoli, Arash Radpour “napoletani a Roma” alla galleria Overfoto
| venerdì 15 maggio 2009 | a | martedì 15 settembre 2009 |
Arash Radpour:é Napoletani a Roma
Come si può sfuggire all’ovvietà dell’immagine fotografica? Si é chiesto Arash Radpour prima di afferrare la macchinaé e scattare il suo primo clic. Iraniano di nascita ma romano d’adozione, l’artista ha scoperto questa passione durante un suo soggiorno a New York. Alcuni scorci notturni di Brooklyn gli hanno dato la misura dell’inconsueto, la cifra che porta fuori dall’ordinario, in questi paesaggié ha colto il segreto dell’intimità delle cose cercando di non violentarle. Ma ben presto l’artista si é reso conto che la variabile più indipendente é l’uomo. Per raccontare uno spicchio di mondo bisogna immergersi nella contraddizioni umane cogliere l’umanità nella sua condizione contemporanea, l’assurdità dei gesti, la solitudine che ne deriva. Questa sospensione metafisica, questa attenzione al transitorio, appartiene più all’arte che alla fotografia.é E’ il corrispettivo dellaé pittura precisionista di Hopperé che sulla telaé ha dato corpo aié ritratti più emblematici della solitudine americana: incomunicabilità , immobilità , silenzio si sottraggono a quel “troppo vicino “é dove le parole non si possono sentire. Nella fotografiaé invece le immagini creano quella distanza che é ” giusta” perché é ideale per il linguaggio contemporaneo, é oscillazione, equivoco, fraintendimento, é tutto un gioco di allusione, cifra enigmatica per l’altro che é in noi e fuori di noi. In realtà nessuno sa più come funzioni un dispositivo di rappresentazione e neppure se ne resista ancora uno. Ma é sempre più urgente razionalizzare quello che può accadere nell’universo della simulazione: la singola immagine non rende più l’idea dell’esistenza perché tende sempre a irrigidirsi in una forma.
Complice il ritocco, il soggetto si moltiplica,é la rappresentazione si arricchisce di unaé componente spettacolare indipendente da ogni logica che non sia il piacere puramente visivo. La compresenzaé dello stesso personaggio iné atteggiamenti e momenti diversi crea una dinamica narrativa che sfrutta l’irrealtà della situazione per concretizzare una trappola visiva in continuo movimento: anche quando l’immagine é una é sempre il momento di una sequenza idealmente collegato con un prima e un poi. L”artista si serve volentieri della tecnologia avanzata, delle potenzialità impreviste che l’arte può abbracciare nel Terzo millennio. Nulla di nuovo dal punto di vista “tecnico”, da quando la fotografia digitale si é imposta anche il mondo pubblicitario e quello della moda sono inflazionati da maghetti del computer e acrobati del photoshop. Semmai la sua originalità consisteé nell’ aver analizzato il processo percettivo e la sua fondamentale soggettività , di aver elaborato questo materialeé in funzione di un pensiero visivo, libero dalle censure logiche della ragione in cuié l ‘immaginazione ha rappresentato una sorta di scappatoia . In questa mostra nessuna delle immagini nasce da un set accuratamente preparato, a parte quella della piscina ( fucking pool). Ogni scatto nasce dall’incontro tra il soggetto e l’artista alla luce naturale. E’ uno scambio intimo, un intreccio tra sogno e realtà dall’esito visionario che richiama alla mente dello spettatore la sensazione di una visione folgorante, con in più uno spirito sensuale e giocoso. La fotografia diventa un gioco trasgressivo in cuié si sfidano vari componenti, Il cinema, il mondo della moda,il teatro, in un certo senso Radpour deve qualcosa a tutti senza somigliare a nessuno, se non a se stesso. I contrasti di forme e colorié si basano sullaé fantasia contorta e abbagliante che giace all’origine dei suoi pensieri, diventano un sistema inedito dal fascino irriducibile e seduttivo . Seé Radpour ha sceltoé la fotografia e non la pittura lo ha fattoé perché é il mezzo che rappresenta la più efficace scorciatoia nello sfumare i confini tra l’arte e la cosiddetta vita, tra gli oggetti e gli eventi, tra il voluto e il non intenzionale.
Ad esempio, nel ritratto di Michelangelo Dalisi , non c’é un’interpretazione del soggetto, piuttosto uno scambio psicologico, l’artista lascia libero l’attore di esprimere la sua mimica facciale, di comunicare spontaneamente dando senso a un gioco di segni, come in una sfida tra bambini, in questo modo tratta le immagini in modo leggero, rapido, veloce e tuttavia profondo. Il fatto che la foto sia “contemporanea” , confusa con la nostra quotidianità più attuale, non impedisce che in essa vi sia come un punto enigmatico d’inattualità , una stasi strana, una immobilità del tempo. Quando si definisce una foto come un’immagine immobile, non si vuole dire solamente cheé i personaggi che essa ritrae non si muovono, si intende dire che essi non ne escono fuori, sono come anestetizzati, immersi in un ambiente che é un campo cieco. L’atmosfera metafisica, la sospensione del tempo sono evidenti nel ritratto di Fabrizia Sacchi, trafitta da un raggio di luce all’interno di una antichissima chiesa romana o in quello dié Lorena Dellaccio che si immola contro la parete di un muro di mattoni medievali come la protagonista di un rito ancestrale.é Come il mondo reale , anche il mondo rappresentato dalla fotografia svanisce, deperisce e muore, come se l’immagine, presa in un flusso venisse sospinta, trascinata verso altre visioni. Di questo istante, fermato per un attimo, l’artista é il solo artefice. Del resto lui stesso ammette di essere un istintivo, dietro all’obiettivo della macchina si trasforma in voyer , prova un’attrazione innocente e insieme perversa verso la figura femminile che a tratti é dolcemente crudele. Ciò che lo seduce é guardare attraverso il dispositivo, un filtro tra la realtà che gli sta di fronte e il suo occhio o la sua mente. Non cerca mai la bellezza naturale ma la bellezza rituale perchéé questa si fonda su giochi infiniti di analogia, che vanno al di là di ogni tempo e ancora oggi ci affascinano. La donna é un idolo, un oggetto di culto posto su un piedistallo ( ritratto di Camilla Alibrandi ) trasfigurata e altera é circondata da un alone misterioso, é di una perfezione crudele, un’apparenza pura e irreale. C’é un intimità del soggetto con se stesso che poggia sull’immaterialità del suo doppio, sul fatto che questo sia e resti un fantasma, una proiezione nello specchio del codice genetico. Ognuno può sognare, e certo ha sognato per tutta la vita, una duplicazione o moltiplicazione perfetta del suo essere, ma solo in sogno. E’ come se la nostra epoca volesse materializzare questo fantasma, in un controsenso assoluto, in un sogno cellulare di scissione. Nel ritratto di Giorgia Sinicorni c’é l’iperrealtà del corpo nudo e l’irrealtà della sua moltiplicazione in una finzione affascinante e artificiosa dove il sesso non é l’oggetto centrale. Pur essendoci laé presenza della nudità c’é l’incarnazione di un erotismo solare, allegro, come se l’immagine proiettasse il desiderio al di là di ciò che essa dà a vedere.é L’irruzione della tecnologia a portato alla proliferazione dei corpi: non c’é protesi più bella del DNA, della sua formula molecolare. Qui il corpo é matrice che genera esseri identici, immagini identiche, nella ripetizione indefinita del suo essere biologico, un narcisismo che parte non dallo specchio ma dalla formula. La clonazione come stadio ultimo della simulazione del corpo in cui non c’é più neanche piùé il soggetto. Il soggetto é senza volto come nel ritratto di Giancarlo Savinoé o reso ancora più anonimo dal cappello e é dalla maglietta a strisce come in quello di é Alessandro Giuliano, perché la duplicazione dell’identico mette fine alla sua divisione eé l’uomoé é solo la somma di se stesso, esattamente come accadeva nei quadri di Magritte popolati da figure con la bombetta in testa,é uomini melanconici tutti uguali e intercambiabili. Il cielo con le nuvole all’interno della pupilla di Magritte é surreale quanto lo può essere la giacca indossataé da Giancarlo Savino, é l’ occhio delirante in cui tutto ciò che appare é pronto a dichiarare il suo nonsenso, in cui qualsiasi ordine può aprirsi e mostrare l’orrore della sua solitudine.
a cura di Maya Pacifico
15 maggio > 15 settembre 2009
Inaugurazione: venerdì 15 maggio 2009, ore 19:00-22:00
Galleria Overfoto: Vico San Pietro a Maiella 6 – 80138 Napoli
Orari di apertura: mart-ven, 11:00-13:00/16:30-19:30, sab 11:00-14:00
Info: ph/ fax +39 08119578345 mob. +39 3396441341
e.mail: info@overfoto.it; web site: www.overfoto.it
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