Milano, Incanti e Disincanti per una civiltà dimenticata
INCANTI E DISINCANTI PER UNA CIVILTA’ DIMENTICATA
Polimedialità al servizio dell’arte e del vivere comune. Un festival necessario.
Sono in corso in questi giorni nei ‘cantieri culturali’ del PAC, del Cortile di Villa Reale, ai Giardini di Porta Venezia, in quelli di Largo Marinai d’Italia, presso la Palazzina Libery e al Teatro Libero di Milano, i lavori proposti per la III edizione del Festival biennale La fabbrica dell’Uomo. Nel fitto cartellone diviso per generi, si spazia dall’arte visiva alla danza, dalla musica al teatro, tutto all’insegna di un’attività critica e di una ricerca che, poste alla base di ogni opera, ne legittimano la necessità e l’urgenza.
Tra le numerose e mirate proposte che accompagneranno gli spettatori sino al 6 di luglio, ci sono ben due spettacoli in scena al PAC che meritano di essere segnalati: “Romolus”, una produzione del Festival e “Verba Volant”, realizzato da Quellicherestano in collaborazione con la kermesse voluta da Outis.
Sin dai primi minuti in cui gli attori irrompono nello spazio aperto, sotto il sole calante, in quell’ambiente così normale che sa di quotidiano tra la gente che aspetta di entrare a teatro, il loro viso si confonde ma la differenza non tarda a farsi notare. La diversità che divide gli uni dagli altri é quella della lingua, dell’abito, delle continue richieste di denaro (un euro, NdR) che spesso, anzi sempre, quando ci vengono rivolte, ci inducono ad una blindata categorizzazione del soggetto che abbiamo di fronte. Come per le specie animali.
Questa piéce composita, i pezzi di questo ineffabile puzzle vivente incastrati da Andrei Feraru e frutto di un ventaglio italo-rumeno di bravissimi drammaturghi, riesce a provocare lo stesso disorientante effetto che, come sarà accaduto a molti in adolescenza, ha procurato la prima lettura de “Sentry” (la Sentinella) di Fredric Brown. La capacità di costringere il lettore a mettere in discussione i propri pregiudizi, utilizzando il fantastico per presentare punti di vista insoliti sulla realtà , spesso con implicazioni relative a temi e problemi attuali, lo hanno fatto gli attori, il regista e gli scrittori di “Romolus – Corret politically show”, senza ricorrere all’espediente della fantascienza, bensì attraverso un fatto di cronaca – l’uccisione della Reggiani – e sostenuti dalla forza del mito, quello di due fratelli, Romolo e Remo.
Dire oltre non ha senso, l’unico servizio che si può fare ai cittadini é quello di invitarli ad una partecipata visione dello Show.
Verba volant, scripta manent. E infatti a restare ancora oggi come monito ma privi di morale, sono gli scritti, frutto dell’impegno non solo giornalistico ma anche sociologico, storico e non in ultimo poetico di Goffredo Parise. Lo spettacolo diretto da Fabrizio Parenti, che ne ha curato anche la drammaturgia, vede l’interprete Carla Chiarelli nei panni dello scrittore vicentino narrare, agire e rievocare con tale intensità da far rivivere quelle istanze e quei giorni, cosi lontani eppure così attuali, attraverso la corrispondenza che Parise ebbe con i lettori de Il Corriere della Sera tra il ‘74 e il ‘75, insieme a “Benessere – Borghesia”, un altro racconto apparso sul medesimo quotidiano in quegli stessi anni.
Prendiamo a prestito una frase di Pasolini che già nel ‘72 citando lo scrittore diceva: “Parise, che gran poeta!”. Una profetica affermazione. Perché ci vuole melodia non solo nei versi ma anche nella prosa, quando il testo di uno spettacolo e il suo cast trovano espressione, con rarità di garbo, nella forma di una grande ballata contemporanea. La musica si fa verbo e la parola danza in un contrappunto armonico tra la voce insieme fiabesca, fioca, fendente dell’interprete e gli strumenti – un pianoforte e un violoncello – sapientemente “percossi” dal compositore e musicista Piero Salvatori. Quali i temi? Borghesia, povertà e dignità , famiglia, ambiente e morale in una scrittura che contiene cronaca e letteratura.
“Verba Volant” porta riflessioni che calano addosso sì come massi, ma con ali di farfalla sulla coscienza degli spettatori.
Questa terza edizione del Festival, intitolata “Incanti e disincanti” é un appuntamento con l’arte e con la civiltà , talvolta, troppo spesso, messa a latere del mondo.
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Katiuscia Magliarisi
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