FestivalTeatroItalia: Elisabetta e Limone visto da Chiara Natale
Sono andata al teatro Totò, nelle viscerali vie di Napoli, senza sapere nulla né di Elisabetta né di Limone, né di Juan Rodolfo Wilcock, il loro creatore. Ci sono capitata quasi per caso.
Nel foyer, sulla destra, delle foto di scena mi hanno sviata, non potevo immaginare la follia mescolata alla bellezza; la poesia e la libertà . L’apparenza inganna.
Ho trovato Cristina Donadio ad interpretare Elisabetta, ed ho messo il primo tassello al suo legittimo posto, ma non sapevo che quella donna fosse un’unione così omogenea di carnalità e trascendenza, che giocasse così bene con le maschere, con il bianco e con il nero.
Elisabetta é una pazza, o una donna che si difende o tutt’e due. E’ una diversa, un’outsider. Non conosce gli uomini e sta chiusa in una “tomba” –ma ci ricorda che molti di noi stanno chiusi in una qualsiasi “tomba”.
Elisabetta non ti lascia dubbi sulla sua natura, nemmeno quando dice qualcosa di sensato. Fa strani balletti e cuce vestitini per i topi che sono in città . Immagina insetti, brucia i mobili per scaldarsi anche se non ne ha bisogno e rimpiange la mamma che é stata portata su, in cielo, proprio nel senso letterale del termine.
Limone é un evaso, é il paradosso, la disperazione, l’assurdo. Conserva qualche barlume di lucidità , ed in lui il coraggio é un’altalena. Ha le sue radici, le origini forti della sua terra che lo tradisce anche nell’accento, fa le sue preghiere, e resta vittima di se stesso. Anche lui é un diverso, la sua libertà é una catena.
Limone é assurdo almeno quanto tutto il resto, come Elisabetta, come il gatto ed il topo, fantasmi mentali che escono dall’armadio ed incarnano fantasie e paure.
Tutto trae in inganno. Ti aspetti che succeda qualcosa di sconvolgente e invece nulla. C’é la musica a scandire il tempo, le vicende. Musica che arriva puntuale, a volte inquietante, a volte più allegra, ma sempre musica come di campanelli.
Le visioni sono molteplici: Elisabetta e la follia, Limone ed il masochismo, il gatto sadico, il topo vestito da manager e che parla inglese come la nostra società . Anche la scenografia é una visione e gioca con la luce: mentre in camera da letto é giorno, in cucina é notte; e con lo sguardo attraversi tutti gli ambienti, perché questi si lasciano attraversare.
Tutto é possibile nel mondo di Elisabetta e Limone. Tutto é divertente. Il bene ed il male si confondono e può capitare che il bene abbia una voce brutta e cavernosa e modi bruschi, e che il male abbia atteggiamenti gentili e maniere dolci. Si sa, la strada per l’inferno é lastricata di buone intenzioni.
Gli spettatori in sala ridono, ridono tanto, pur scorgendo un dramma. Il dramma del talento rinchiuso nella tomba, dell’amore che non si può vivere, della solitudine come fuga e della libertà donata alla schiavitù per sfuggire a questa solitudine. Eppur si ride.
La “tomba” in cui Elisabetta vive, la sua follia conservatrice, difensiva. Limone che fugge dalla sua tomba per finire infine nella tomba di Elisabetta, lui che cerca la libertà ed al suo posto trova gatti seducenti e graffianti, poliziotti molto “borghesi” e topi-manager-inglesi che decidono degli affari della città .
Elisabetta e Limone diverte, fa riflettere, é una splendida metafora del mondo e dell’Italia di oggi, una metafora su ciò che non si riesce ad accogliere e ciò da cui non si riesce ad emanciparsi, perché in fondo, alla fine, chi é vittima di chi e chi é carnefice di chi? Chi é diverso e chi é normale? Chi é il gatto e chi é il topo?
Si finisce per rinunciare alla libertà , rinchiudersi nella propria tomba costruita da sé, e la cosa più normale da fare é mettersi a cucire vestitini per i topi che sono in città . Tutto ciò fa sinceramente ridere.
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Stefano Mavilio Esperto di comunicazione. Fondatore di ArsTuaVitaMea si occupa di cultura e comunicazione con i nuovi media. Responsabile comunicazione dell'agenzia televisiva Videocomunicazioni.com
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