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Recensione di “Inventato di sana pianta”

di Stefano Mavilio • 6 maggio 2008 • 1680

Napoli, al Teatro con “Inventato di sana pianta”

Come “presagire l’infinito” secondo Hermann Broch

Possibilità  di successo per banchieri sull’orlo di una crisi di nervi: la truffa é un esercizio di creatività 

di

“Le quotazioni sono cadute” – si annuncia al piano di sotto e di sopra un vecchio banchiere srotola una corda mentre la bella Agnes si punta la pistola alle tempie. Sincronismo scenico. La scena é divisa in due piani: tutto é esposto simultaneamente secondo uno schizzo dello stesso Broch. Così, con un tableau vivant animato da inquietanti risvolti che scandiscono il momento collettivo, condiviso, quasi naturale del suicidio, ha inizio Inventato di sana pianta ovvero Gli affari del Barone Laborde. Tutti i personaggi sono soli, ognuno di fronte alla propria morte. La scena é cristallizzata. E dall’incompiutezza dell’atto del suicidio tutto ha inizio.

In un raffinato hotel anni ‘30 l’alta borghesia e il finto Barone – vero avventuriere – Laborde, si aggirano per la sala d’ingresso o per le camere del piano superiore come in cerca di qualcosa. Personaggi alla ricerca della felicità  perduta? Di amore. Di soldi. Sembrano le due possibilità  plausibili. Ma é una conclusione affrettata. In realtà  sono semplicemente in cerca di una via d’uscita dal vuoto che li circonda, dalla cruda consapevolezza di non poter cambiare le cose che gravitano intorno a loro. Ecco allora che arriva sornione Laborde, il prestigiatore, il manipolatore della realtà  e delle loro stesse vite. Quasi come l’ospite misterioso eliotiano é lui il vero burattinaio della scena, un uomo che sembra chiedere in cambio soldi e onore ma in realtà  si nutre esclusivamente del suo stesso essere; quasi come un Mangiafuoco spaventevole, fagocitante che rivela infine come in Collodi il suo essere inoffensivo e bonario. Lui, presente nel presente senza aspettative per il futuro, risolverà  le tensioni di tutti, ovvero le loro aspirazioni borghesi, fino arrivare a svelare il paradosso: “Lei é una truffatrice, lei vuole fingere di avere una realtà  spirituale superiore.” – dirà  rivolgendosi alla bella Agnes. I ruoli si mescolano divertiti e allora é la cruda consapevolezza la protagonista di questo dramma, che scritto nel 1934 poco dopo la caduta di Wall Street, appare però così attuale tanto da farci ricordare la crisi economica argentina degli anni ‘90.

In questa realtà  dove le possibilità  sembrano infinite, dove: “Sai cosa significa che tutto intorno c’é il mondo fuori?”, tutti però rimarranno nella loro prigione borghese, tranne ovviamente Laborde che vediamo uscire dalla finestra: andrà  verso la vita, verso l’imprevedibile.

La regia dal ritmo sostenuto e dal rigore compositivo quasi da manierismo scenico, di un Ronconi inconfondibile, riesce a svelare il movimento continuo, fornicante, inarrestabile di un’umanità  chiusa all’interno di gabbie laccate di un bianco assordante, ma anche brillante, inverosimile, e caricaturale, come sono le interpretazioni degli attori: dall’esibita sensualità  plastica di Pia Panciotti, all’irriverenti gag di Anna Bonaiuto e Massimo Popolizio, alla compostezza virata in schizofreniche risate di Massimo De Francovich. Tutti così ostentati sono profondamente veri. Del resto: “La realtà  â€“ direbbe Broch – é solo l’avvicendarsi di innumerevoli irrealtà ”.

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Stefano Mavilio Esperto di comunicazione. Fondatore di ArsTuaVitaMea si occupa di cultura e comunicazione con i nuovi media. Responsabile comunicazione dell'agenzia televisiva Videocomunicazioni.com
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