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La scomparsa di Leo. Il ricordo di Stefano de Stefano

di Stefano Mavilio • 19 Settembre 2008 • 2250

di Stefano de Stefano - Corriere del Mezzogiorno

NAPOLI - non c’è più. O meglio sarebbe dire che non c’è già dal giugno del 2001, quando uno sciagurato intervento chirurgico lo trasformò in una sorta di vegetale, sottraendo per sempre al teatro italiano la sua straripante, contagiosa vitalità creativa. Ma da ieri Leo - tutti amavano chiamarlo così, solo per nome come si usa fare con i grandi - , non c’è più davvero e stavolta senza nemmeno il conforto di un’impossibile speranza a cui in tanti si sino aggrappati in questi anni, sperando di poterlo rivedere da un momento all’altro sulle tavole di una scena. L’attore ed autore nato a Gioi nel Cilento, infatti, ha posto fine al suo calvario, morendo ieri a Roma all’età di 68 anni, così come comunicato con addolorata stringatezza dalla sorella Anna, che da sette anni ne era diventata affettuosa tutrice. Una scomparsa che avviene, ed a volte è davvero strano il gioco del destino, a pochi mesi dalla concessione, il 18 luglio scorso, del vitalizio previsto dalla cosiddetta legge Bacchelli, e ad un anno esatto dalla morte di , compagna storica di Leo e coautrice con lui delle fasi salienti del suo teatro, in particolare nel corso dell’esperienza di Marigliano, avviata nel ‘71 e andata avanti sino ai primi anni ‘80.

Perché proprio in quel nucleo intensissimo di attività napoletana si annida il cuore pulsante dell’innovazione di Leo, tra le più significative nel panorama del teatro di ricerca italiano, capace di generare una potente forza centrifuga di eredi diretti e indiretti. Tutti legati da una visione del teatro mai elitaria, ma anzi colta e popolare allo stesso tempo, capace quindi di parlare a tutti, intellettuali urbani e popolo rurale, come accadeva puntualmente nelle sue rappresentazioni mariglianesi. A partire dalle improbabili quanto geniali sovrapposizioni fra i grandi classici della drammaturgia storica e le ammiccanti guitterie della tradizione comica partenopea. Perché dopo le prime esperienze romane come attore con Carlo Quartucci, e dopo la collaborazione nel 1968 con Carmelo Bene in uno storico “Don Chisciotte”, il suo ritorno in Campania dei primi anni ‘70 con Perla scaturisce dalla necessità di dar vita ad un teatro privo di cristallizzazioni ambientali e testuali. “Era il ‘68 - scriveva in proposito Leo - e c’erano altre influenze che ci hanno fatto scegliere di andare a Marigliano. Anche per riprendere un mio discorso culturale: perché io venivo dal Sud, ero un emigrante, come emigranti erano Carmelo (Bene) e Carlo (Quartucci), uno siciliano, l’altro pugliese. Si cominciò a portare laggiù la nostra esperienza, che era stata etichettata come teatro d’élite. In effetti non era d’élite, era soltanto un’esperienza teatrale priva, per responsabilità dei politici, di un’organizzazione del pubblico, di un circuito.

A Marigliano non si è fatto altro che far esplodere questo discorso, continuandolo in un area meno inflazionata, meno sofisticata, meno infettata da certi fraintendimenti. Era una posizione provocatoria nei confronti di una cultura che per comodità chiamiamo ‘bassa’, da far reagire con la cultura che chiamiamo ‘alta’”. Nel laboratorio di Marigliano Leo realizza infatti improvvisazioni teatrali provocatorie e ambiguamente aggressive, che generano spettacoli culto come “‘O Zappatore”, “King Lacreme Lear napulitane”, “Sudd” e “A vita a murì”, che vinse il premio Mondello nel 1978. Un filone in cui si incontra con la sceneggiata, i suoi eroi con l’antieroismo di una recitazione scaltra, salace e surreale, figlia di Totò e del suo rivalutato genio di attore improvvisatore. Un tema sul quale Leo lavorerà per tutta la vita a partire dall’idea di un teatro-, inteso come contaminazione di generi ma anche e soprattutto di atteggiamenti. Anche dopo il trasferimento nel 1983, a Bologna, dove fu chiamato dalla cooperativa Nuova Scena del Testoni che produsse il suo spettacolo “The Connection”, primo titolo di una collaborazione che si è protratta fino al 1987.

In Emilia, de Berardinis ha curato poi la direzione del festival di Santarcangelo e del cosiddetto “Teatro di Leo” al San Leonardo, sala affidatagli all’inizio degli anni ‘90 dall’allora assessore alla cultura di Bologna, l’artista Concetto Pozzati. Il che gli ha permesso di ritornare sul repertorio partenopeo con “Ha da passà ‘a nuttata” del 1989, tratto dall’opera di Eduardo, premiato con l’UBU, e nel 1990 “Totò principe di Danimarca”. Ragione principale, questa, che spiega la decisione della sorella Anna Maria di donare il suo archivio al Dams di Bologna, città che fra l’altro, il 4 maggio 2001, attraverso la Facoltà di Lettere gli aveva conferito anche la laurea ad honorem.

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Stefano Mavilio Esperto di comunicazione. Fondatore di ArsTuaVitaMea si occupa di cultura e comunicazione con i nuovi media. Responsabile comunicazione dell'agenzia televisiva Videocomunicazioni.com
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