Collegati Registrati

ArsTuaVitaMea.com

Art is everything. Art is not useful at all.

Napoli, le “cartoline” amare di Gianni Lizio

di Stefano Mavilio • 31 Maggio 2008 • 1734

L’artista lancia il suo grido di dolore per la situazione dei rifiuti napoletana. Profonda amarezza o trovata pubblicitaria rimane la gravità di una situazione e l’assenza della “intellighenzia” di una città straordinaria. Anche nelle sue emergenze.



La lettera di

In una situazione catastrofica come quella attraversata dalla nostra città è assurdo che gli artisti continuino a fare gli ARTISTI come se nulla fosse accaduto. E patetiche e sicuramente sottotono per non dire squalificate, sono apparse alcune timide iniziative di interpretare il malessere della città con operazioni sulla cui qualità delle proposte preferisco stendere un velo di pietoso silenzio.
Ben altra sarebbe dovuta essere la reazione degli artisti, degli intellettuali nei confronti dei cittadini senza voce chiamati ad assumersi la responsabilità di un disastro ambientale che è sotto gli occhi di tutti. A nulla servono la rabbia ed i blocchi stradali inscenati periodicamente con l’unico risultato di mostrare il peggio di cui siamo capaci. Con la fine di una ormai lontana stagione politica la piazza non è più il luogo della protesta collettiva. Mentre la situazione precipita ed assume i connotati di una sorta di guerriglia urbana, tra miasmi e cumuli osceni, con scontri fra dimostranti e polizia, tra roghi di cassonetti dati a fuoco, dov’è quella società civile tanto invocata e strumentalmente tirata in ballo dal sordo conflitto di poteri di una classe dirigente dall’infimo livello morale. Le istituzioni che contano, da quelle politiche, a quelle amministrative, chiuse nei propri palazzi, arroccate nel proprio effimero potere, si sono dimostrate in questa città, incapaci di gestire non dico il nuovo, ma neanche l’ordinario, creando soltanto profitti, consenso ed utili politici per sè. “La storia insegna che nelle grandi tragedie un ruolo importante, in negativo, lo svolge sovente l’inadeguatezza politica di chi occupa rilevanti posizioni pubbliche”.
In questo stato di cose dove sono finiti gli intellettuali, dove è migrata, se mai c’è stata, la colta borghesia, dove sono gli imprenditori audaci, dov’è la voce dei giornalisti avulsa da comodi equilibrismi Dove sono i giovani, e chi li orienta. Dove sono finite le organizzazioni sindacali e dove si è diretto l’obiettivo laico dei movimenti in seno alle popolazioni martoriate dall’uso sfrenato di un territorio devastato. Dove sono i cittadini in grado di raccogliere l’umiliazione subita con la “Grande Emergenza” senza delegare alla politica ogni responsabilità. Qui per decenni non c’è stato niente. Abbiamo solo avuto la solita piccola borghesia parassitaria, un piccolo ceto medio ottuso e miserabile, piccole imprese soffocate, piccoli dirigenti impauriti, piccoli industriali collusi, piccoli sindacalisti bisognosi, piccoli commercianti ricattati, piccoli giornalisti senza schiena, piccoli intellettuali compromessi, piccoli artisti sprovveduti. Figuranti, tutti piccoli e invisibili, molti già cadaveri.

Dismesse le grandi fabbriche costruite nel dopoguerra, questa città non è mai riuscita ad avere una propria identità. Ritrovatasi incancrenita da una borbonica da cui non ha mai saputo liberarsi, si è avviata negli anni verso un declino irreversibile. Altro che vocazione al turismo. Orribilmente sfigurata dall’onore perduto è una città dannata capace di distruggere e guastare cose di valore perché non ha mai conosciuto la dignità del lavoro; per questo ha perso anche l’istinto di conservazione. Persino la mafia si è tenuta lontana dal nocivo affare delle discariche lasciando alla camorra campana il desolante primato di trovarsi imbrigliata nello scandalo dei rifiuti tossici.

Una città degna di questo nome non può ridursi ad una Vandea. Seppellita dalla immondizia di cui si è nutrita è diventata la pattumiera d’Italia affetta com’è dal cronico analfabetismo civile di cui soffre. E non le è bastato raggiungere il fondo con uno scandaloso familismo amorale al limite del malavitoso. Uno spettacolo indegno.

Non un dibattito, non un’alzata di scudi da parte dei poteri forti e delle istituzioni sempre più in balìa di se stesse e della propria inettitudine. non fa scuola qui manca la genetica dei sentimenti. Eppure si sarebbe potuto auspicare nei posti di lavoro in un sussulto di partecipazione, almeno un gesto di indignazione morale. Niente. Oh!, se i sindacati fossero tornati, almeno per una volta, di fronte alla dimensione mondiale dello sfascio in atto, a fare il loro lavoro, dare voce al malcontento, organizzare la protesta. Nulla, tutti corrotti e dormienti. Sarebbe bastato dare ad esempio un segnale altamente simbolico, magari sospendere per una sola ora o anche forse per un solo minuto contemporaneamente in tutta la città alla stessa ora, ogni tipo di attività, si sarebbe evidenziato così un senso di indignazione generale. Quale grande effetto mediatico si sarebbe raggiunto e quanta eco avrebbe suscitato presso tutti gli organi di informazione solitamente pronti a registrare le immagini sterili delle proteste più plateali ed avvilenti. Niente di niente. Paradossale è che l’unico desiderio di riscatto sia partito dalle parole dell’arcivescovo Crescenzio Sepe che così si esprime: “Una rivolta che sgorga dall’amore, costruttiva, duratura, è possibile, è necessaria”.
Ecco il senso dei miei “Saluti da ” in segno di protesta. Un grido di dolore, un invito sotto forma di saluto amaramente sarcastico contro la ipocrita coscienza degli artisti o presunti tali. Pronti a denigrare nel privato la propria città, restando nei fatti insensibili e genuflessi al meccanismo di un potere economico-culturale praticamente inconsistente sotto ogni profilo.

Allora, un gesto insieme ironico e profondo, da leggere come reazione alla indifferenza, alla assuefazione, alla pigrizia mentale di tutti quelli incuranti dell’abisso in cui siamo precipitati.
Come si può continuare a lavorare in un clima dove la materia prima della propria ispirazione è in continua putrefazione.
Un invito quindi alla riflessione, alla sospensione in una sana inquietudine. Per una bonifica radicale contro l’anarchia. Perché l’unica speranza sta nell’agire non violento ma deciso, vivo. Per cambiare. Per una sincera inversione di tendenza. Contro la rassegnazione, la passiva assuefazione all’ineluttabile. Verso una riconquistata libertà creativa che senza il sapore e l’odore della vita non può mai alimentarsi pienamente.

Maggio 2008

Condividi questo articolo:
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Mixx
  • Google
  • LinkedIn
  • E-mail this story to a friend!
  • Segnalo
  • Print this article!
  • BarraPunto
  • Technorati
  • Wikio IT
  • Blogosphere News

Leggi anche:


Tags:

, , ,


Stefano Mavilio Esperto di comunicazione. Fondatore di ArsTuaVitaMea si occupa di cultura e comunicazione con i nuovi media. Responsabile comunicazione dell'agenzia televisiva Videocomunicazioni.com
| Tutti gli articoli di Stefano Mavilio

Lascia un commento/ Scrivi una recensione

*
To prove you're a person (not a spam script), type the security word shown in the picture. Click on the picture to hear an audio file of the word.
Click to hear an audio file of the anti-spam word