Recensione de “Il povero Riccardo III” di Alfonso Benadduce
“Il povero Riccardo III” è il titolo della rivisitazione ad opera dell’attore, regista e autore casertano, Alfonso Benadduce, del Riccardo III di W. Shakespeare, una riscrittura basata sulla traduzione di S. Quasimodo.
La scena scarna è dimorata da pochi ed essenziali oggetti con palese valore simbolico: un trono traballante in rilievo che rappresenta un’ambizione tormentosa e sconfinata, un lungo velo nero che ricorda le innumerevoli morti provocate. Al centro del palcoscenico, si dimena la figura terribile dell’unico protagonista, il “povero” Riccardo. Una sera, un frammento di un’esistenza scandita da continui e ripetuti atti sciagurati, intrighi, infanticidi, omicidi. Una miserabile sera, quella di un uomo malvagio e disperato che monologa con se stesso in un dialogo immaginario con i fantasmi dei suoi nemici, coloro che ostacolano la sua ascesa al potere, primo fra tutti, suo fratello, il re Edoardo IV. Le deformità fisiche di Riccardo III, gobbo, asimmetrico, claudicante e rachitico, appaiono come il segno esteriore della stortura mentale di un individuo che ha reagito, alla deturpazione che la natura ha inflitto al suo corpo, con la scelta della malvagità come la sola possibilità esistenziale che gli permettesse di rivalersi.: …“il cielo plasmò così il mio corpo, l’inferno mi storpiò la mente in proporzione.”…. “solo il regno mi interessa, che altro piacere può offrirmi il mondo”… Il vaneggiare di un animo aberrato e colmo di odio verso un mondo in cui lo scettro è l’unica ragione di vita in nome della quale ogni scempiaggine, anche la più atroce ritrova la sua giustificazione quanto meno emotiva. Un personaggio iniquo e corrotto, un essere senza pietà alcuna che vede gli altri come strumento attraverso cui soddisfare la sua smodata fame di potere e di gloria. Disposto ad annientare chiunque si frapponga tra se ed il sospirato trono, sposa lady Anna dopo averle ucciso padre e marito. Ma l’amore non alberga nel cuore di ghiaccio del “povero” Riccardo, unicamente nefandi intenti lo inducono a sedurre ed irretire la disperata donna che cerca inizialmente di ritrarsi maledicendolo. Saranno la stessa Anna, i nipotini trucidati nella torre ed il fratello Clarenza a fargli una visita onirica la sera prima della battaglia in cui Riccardo III perderà la vita, inquietandogli l’animo con frasi presaghe di nefasti eventi.
Alfonso Benadduce dà prova della sua straordinaria bravura e capacità di sperimentazione in questa originale performance teatrale. Il suo Riccardo III è un tragico mostro che riesce perfino a suscitare compassione nonostante i diabolici piani orditi e le atrocità che confessa di aver commesso. Un’ interpretazione brillante che muove le labbra al riso senza divertire perchè la drammaticità, spinta al paradosso, può creare risvolti patetici al confine con il comico. Riccardo III, grottesco nelle sembianze esteriori e nella bruttura interiore, è un archetipo del male, ai limiti del reale, che recupera la sua umanità paradossalmente nel suo essere disumano e quindi logorato dall’ambizione, solo, disperato e prigioniero di un’ossessione estrema che lo tiene attaccato a quella stessa esistenza che lo rinnega relegandolo ineluttabilmente ai margini.
Leggi anche:
Luciana Marchese
| Tutti gli articoli di Luciana Marchese