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Recensione, Parete Nord di Edoardo Erba

di Anita Miotto • 18 Marzo 2008 • 1001
Martedì 11 Marzo 2008 21:00aDomenica 30 Marzo 2008 21:00

Recensione, Parete Nord di Edoardo ErbaParete Nord

scritto e diretto da:

con: , Lorenzo Ficini, Piero Maggiò

scene e costumi: Anusc Castiglioni, Giulia Bonardi

musiche: Pivio - De Scalzi

luci: Luca Bronzo

Due di

11-03-2008 - 30-03-2008

La posizione precaria, le mani aggrappate ben salde alla parete, le gocce di sudore e l’eco che le accompagna. Parete Nord. Un padre e suo figlio uniti da un’unica corda attaccata ad un nut sistemato malamente nella roccia; un padre e suo figlio, il piccolo Vincenzo, che come se non bastasse perde gli occhiali: non vede più niente… non riesce a muoversi… è su una parete verticale sopra uno strapiombo di 1500 metri e ha tolto gli occhiali perché erano appannati…!?

Queste le premesse da cui si sviluppa il nuovo spettacolo di Erba, drammaturgo che riveste da tempo le nostre scene di luoghi disposti in atmosfere inusuali e ci rimanda inevitabilmente alle sorprese dell’immaginario senza dimenticarsi di regalarci una risata riflessiva dal retrogusto a volte amaro. Del resto come lo stesso Erba afferma: “Odio quello che definisco il “ della casetta”. Quando si apre il sipario e c’è la casetta mi sento morire. Mi piacerebbe sempre collocare i personaggi in spazi aperti o, comunque, mettere il pubblico in condizione di poter sognare. Il soggiorno di casa è sempre meno un luogo di conversazione, perché dominato dalla televisione. Mentre si corre, mentre si guida, al telefono, mentre si gioca a tennis, mentre si va in montagna… Sono quelli i momenti di conversazione vera.”

Ecco allora un padre - che in trova un interprete d’eccezione - che si ostina però a ribadire che: “la montagna non è un posto di conversazione dove si prende il tè con la mamma e le zie…” e che così facendo sa regalarci momenti di comicità, tutta all’italiana, con le sue vampate d’ira e gli occhi fuori dalle orbite, che subito guardano in giro convulsi e tremano al solo pensiero di dover guardare in basso. Quegli occhi fanno il bello e il cattivo tempo dello spettacolo, e scandiscono con precisione chirurgica i momenti comici da quelli drammatici, provocando netti stacchi espressivi, conducendo così lo spettatore in un altalenante stato d’animo.

E questo anche grazie a Vincenzo, interpretato dal giovanissimo Ficini che ci spiazza con le sue considerazioni che passano dall’essere quelle ingenue di un bambino a quelle taglienti di un adulto.

I due non incrociano mai gli sguardi aumentando così la distanza che c’è tra loro e creando allo stesso tempo un dialogo sommesso, dove le ragioni dell’uno e dell’altro protagonista divergono inevitabilmente e si allontanano progressivamente le une dalle altre fino ad arrivare alla fine dello spettacolo dove la rottura sarà definitiva.

Ma prima BANG. Da una parete di carta - come si usava fare nei fumetti americani anni ‘40 - entra Batman, atletico e autoritario, con una voce che ricalca quella del doppiatore italiano del famoso supereroe. Così Piero Maggiò si aggira per la scena con l’intento di salvare chi dei due ha più bisogno…

Allora taglia la corda che li unisce: taglia il cordone ombelicale: è il momento per Vincenzo di separarsi dal padre. Di fare da sè. É il momento per il padre di prendere finalmente in considerazione i suoi limiti e ripensare il suo rapporto con il figlio.

E allora certo, Erba e le sorprese dell’immaginario, ma anche Erba e noi, perché in fondo ognuno di noi può immedesimarsi nei due protagonisti, ha vissuto quel momento e magari lo ricorda ancora come sospeso, fragile, come in posizione precaria, in bilico su una parete, perché è la difficile situazione del cambiamento, ed ecco allora che la montagna diviene simbolo di un momento esistenziale: la vetta di una nuova consapevolezza.

E in questo la scenografia è inserita perfettamente all’interno del contesto: totalmente anti-realista, spinge al massimo la suggestione onirica, espressionista - che si ritrova anche nelle ombre altissime delle scale sulle pareti circostanti la scena. É magico come dalla prima all’ultima battuta ci si ritrovi in montagna, con il sole che abbaglia, con la sensazione di vuoto che circonda i due protagonisti. É un’autentica composizione visiva di scale d’alluminio che con le luci prende vita pian piano, dandoci la sensazione di isolamento e distanza dei due. Siamo in montagna dall’inizio alla fine. Scene e luci sono calibrate sulla stessa linea d’onda.

In definitiva: un’opera che permette di avvertire la potenza degli affetti, di cogliere con lo sguardo il legame ineffabile che li intreccia, quel legame che genera delle forze, che come in un campo magnetico si attraggono e|o respingono, in uno stato di tensione e di equilibrio sottile della rappresentazione, fino alla presa di coscienza finale.

Di un’emozione autentica.

in scena fino al 30 marzo

teatro due 

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