Recensione del “Libercolo dell’onta” di Leonardo Marini
Un “crudele” ed esaltante esordio letterario: Alfonso Benadduce, “Libercolo dell’onta”
«Scrivo dalla congetturata villa dei miei desideri,dal tumulo dei miei bisogni, il luogo del mio penoso rifugio: il posto dove la mia squilibrata essenza va svigorendosi sempre più o forse è del tutto svigorita ormai. Da qui mi spalanco per dipanare ciò che il monumento di me contiene al suo interno, attaccato alle sue fondamenta. È da qui che vi parlo e non perché ci si intenda o ci si accomuni, benché l’idea di comunione sia mia eterna speranza – vi scrivo perché necessito di parlare e ciò mi dà dolore e trista essenza. Ma come posso fare a essere più vigoroso? A cedere al desiderio di possedere un ardimento? Come potrò mai accantonare la mia codardia e la viltà? Sento che questo luogo sarà l’unico possibile forte della mia anima, il solo soggiorno accettabile, perché io viva relegato in un avello e perché io viva.»
Questo il potente e sorprendente incipit del primo libro di Alfonso Benadduce (finalista Premio Viareggio 2006). L’autore ci parla da una sua dimora tenebrosa, un luogo di disperazione, di paura, di rifiuto, appunto perché distante, fuori dalla vita, ma anche un luogo protetto, un rifugio, perché riparato da essa. Da questo antro oscuro (eppure così vicino ad ogni lettore di una pur minima sensibilità) emerge una voce di assoluta novità e interesse. Infatti, prima ancora che pagine di rara bellezza, di notevole forza creativa e di autentica intelligenza stilistica (qualità tutte presenti e riscontrabili in gran numero), quello che più ci sorprende e ci avvince di questo libro è l’emergere di un vero e proprio personaggio-uomo, dotato di incredibile fascino e complessità. Questo è, a nostro avviso, la prima e vera forza di questo mirabile libercolo. Non si può non venire catturati ed ammaliati da quest’anima cupa e sferzante, tragica ed istrionica, che ci trascina con sé nel suo abisso, che sa mettere a nudo (e mettere in scena) la propria disarmonia con la vita («Non riesco a vivere e non so dire perché. Nulla che riguardi il passato o il futuro mi ha mai riguardato»), la propria impudica e mai vacillante disperazione («Sono lontano dagli altri e la mia vita è tragedia»), ma che allo stesso tempo sa esibirci una straordinaria forza di reazione (che ogni lettore, finanche minimamente coinvolto, finirà fatalmente per invidiargli), fatta di scintillante intelligenza e di gagliarda ironia («Sono ossessionato dal non avere più col passar del tempo una figura armonica e ben fatta. Perché, porco firmamento, desidero morire e abbellirmi? smanio di spirare anche mentre mi alleno? pensavo di lanciarmi a bocca aperta contro l’angolo di uno scalino anche mentre potentemente mi addestravo?»)
E l’anima, il personaggio-uomo che prende vita in questo magnifico esordio letterario, sa incantarci e coinvolgerci soprattutto perché questo è un libro profondamente e dichiaratamente sincero, un vero e proprio “cuore messo a nudo” come pochi ne sono stati scritti nella letteratura recente e non solo. Non è ovviamente di una sincerità diaristica o di vacuo intimismo da vanvera confidenziale che parliamo, ma di una verità che ha la sua essenza in un rapporto sempre diretto, vitale ed ossessivo, con l’arte, nei suoi molteplici strumenti e declinazioni espressive. Alfonso Benadduce, prima ancora che scrittore (e pittore: suo è il quadro che compare nella copertina del volume) è attore, regista e autore teatrale, e da uomo che profondamente vive e conosce il teatro, sa quanto la verità non venga da una mendace e fondamentalmente ipocrita idea di spontaneità e naturalezza, bensì dalla massima esercitazione e consapevolezza dei propri artifizi e strumenti espressivi: «Ho un rapporto elevato con il teatro, col miracolo dei suoi errori. Ne stimo ciò che è smaccatamente sfacciato, raro, dipinto e variamente falso. Ne ammiro gli ornamenti e gli idilli trucchi, le animosità che affiorano dalle fosse dell’anima, i raggiri che occorrono per piangere e far piangere. Amo del teatro il suo malgarbo incantatore, il sublime finto che urla di vero – la sua trasparenza amo al contempo, occultatrice. L’ho già detto tra me e me e me lo ripeto spesso, mai fingere di fare davvero, ma fare veramente finta, sulla scena. Essere fasulli, non dei fasulli esseri.»
Una consapevolezza ed una esercitazione intima, continua e famelica. Un vero incessante corpo a corpo con l’arte, una torturante e tenace riflessione su di essa ed una esasperata difesa della sua necessità: questa ci sembra la cifra costante nel nostro autore, che trova nell’arte il proprio tenebroso (ma non ottenebrato) riparo, la propria unica e reale totalità da opporre con rivalsa ad una esistenza fatalmente condannata all’aporia. Assai presente è l’eco di autori come Artaud, Sade, Bataille, Klossowski, Blanchot, Foucault, Manganelli, Bene, per citare soltanto quelli che a nostro parere sono i maggiori numi tutelari di questa opera. Da coerente discepolo di siffatti maestri, Benadduce trova la sincerità e la bellezza della propria scrittura anzitutto liberandola dalla falsità di ogni consuetudine linguistica, dagli inganni di una lingua presuntamene adibibile a strumento neutro e aproblematico: nella prosa del nostro autore la lingua viene sventrata e liberata dai comforts e dalle anchilosi di ogni sua generica convenzionalità espressiva e comunicativa. Nel “Libercolo dell’onta” la lingua, lo stile, tornano a farsi materia plastica, tavolozza di colori, ricercata composizione musicale, con risultati al contempo di rara poesia e di eccezionale ironia espressiva: «Allibito cominciai a muovermi lentissimo verso la scala curando con estrema precisione la frigidità dell’andatura affinché le arrivasse il terrifico impietrimento che mi aveva causato. Salii la rampa. Giunto al piano compii il percorso sempre con somma forgiata lentezza, e arrivato alla camera chiusi con estrema forza la porta, ma senzafoggiare eccessivo fragore. Il chiaro della casa ebbe una rapida dissolvenza, rabbuiò. La sera, con i suoi gufi e i suoi vermi, era penetrata in ogni insenatura dell’abitato, segnando con la sua acqua marcia la placidità di quei luoghi. La zia pianse come credo non le succedesse da un tempo immenso o forse da mai. Soffocata dal dolore lasciò il pianterreno che ormai non sentiva più suo e si diresse, stracciata, alla propria stanza da letto senza mai, irrealmente, accendere una fiammella. Era mio il salone, la Hall! In quell’istante lo capii e godetti, lo giuro, di sana cattiveria. Atrio!»
Invitando i lettori a farsi catturare da questo splendido esordio letterario, vorrei concludere citando, come miglior viatico, le parole con cui Silvia Bre chiude la sua luminosa postfazione al libro: «Con mezzi di mirabile fortuna l’onta è stata dichiarata. A partire da essa, dall’urlo di chi non si voleva vivo e subisce, tutto potrà essere detto. La scena è stata ripulita, e il delirio di esistere può spaziare nel vuoto che si merita: una tabula rasa da cui la fenice del senso, come dopo un teatrale capitombolo, non sembra volersi sollevare.»
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Stefano Mavilio Esperto di comunicazione. Fondatore di ArsTuaVitaMea si occupa di cultura e comunicazione con i nuovi media. Responsabile comunicazione dell'agenzia televisiva Videocomunicazioni.com
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