Pedro Cano: piccolo racconto di un artista che ha reso pittorica la poesia.
di Laura Di Trapani
A volte capita di imbattersi in qualcosa o in qualcuno che suscita in noi grandi emozioni, o che possiede la capacità di enfatizzare quelle che silenti albergano nel nostro io più profondo.
A volte lo sguardo è attratto da qualcosa che sprigiona quel concetto affascinante di sublime bellezza, oggi a volte spesso assente….e in quel preciso istante prendi atto che nonostante le brutture che il mondo ci propina e propone in tutte le sue svariate sfaccettature, esiste ancora qualcosa che sia poetico, consentendo di librarci leggeri nell’aria e di sognare.
Può avvenire che durante uno di questi chimerici viaggi si abbia la possibilità di planare su giardini mediterranei dalle evanescenti atmosfere dove fioriscono melograni, limoni, fiori, di cui se ti avvicini riesci a sentirne la fragranza dei profumi.
Perdendomi in lunga contemplazione tra questi orti acquerellati di rara eleganza, di memoria archeologica, cerco di comprendere quello sguardo dolcemente melanconico di uno dei più sensibili ed eleganti artisti del nostro tempo: Pedro Cano.
Un poeta dallo spirito nomade che utilizzando pennelli e fogli di carta, sfrangiati ai bordi, ognuno differente dall’altro, narra una dolce e rassicurante Madre Natura, rendendola protagonista suprema.
La sua è un’arte della memoria, è un’arte del racconto dell’animo umano, la memoria della sua vita, dei suoi affascinanti viaggi intrapresi in solitudine, con l’unico intento di aprirsi “verso l’altro, verso il mondo, verso la conoscenza, verso gli incontri”, memorizzando le esperienze nei suoi preziosi taccuini con la copertina di cuoio.
Originario di Blanca (1944), piccolo paese della Murcia nel sud della Spagna, mi racconta che i suoi esordi pittorici risalgono all’età di dieci anni. Qualche anno dopo casualmente qualcuno ebbe modo di vedere alcuni suoi disegni, e lungimirante, intraprese un’opera di persuasione della madre dell’artista, affinché acconsentisse ad una suo ingresso presso l’Escuela de Bellas Artes di San Fernando a Madrid, dove poi inizierà a frequentarne i corsi sotto la guida di due grandi maestri: Antonio Lopez Garcia e Juan Barjola. Frequentatore assiduo in quegli anni del Museo del Prado, rimane profondamente affascinato da alcune opere ivi esposte, le pitture nere di Goya e due tele italiane, rispettivamente la “Pietà” di Antonello da Messina e “La Morte della Madonna” di Andrea Mantegna. Trascorre una breve parentesi a New York (dall’84 all’89), dove prende coscienza che certe “luci di modernità”, innovazione nell’arte degli anni ’80, non erano elementi che si sarebbero fusi con il suo modo di fare e sentire l’arte. Preferisce intraprendere un “viaggio al contrario, di approfondimento della pittura partendo dal vero…raccontando la vita vegetale”, eleggendo tra l’altro come stabile sede di vita e lavoro, una località vicino Roma: Anguillara.
Si presenta ai miei occhi come un’antiartista, rifiutando la ghettizzazione che i grandi templi dell’arte oggi impongono. Si definisce come un pittore figurativo non stereotipato all’interno di alcun movimento, ma semplicemente un “pittore che racconta le cose cha ha attorno, e che a volte cerca nella memoria lontana o vicina”. La sua vera bellezza consiste in tutto questo, nel sentirlo raccontare della sua arte come di un’arte popolare, di un’arte che “parte dalle cose più semplici, scontate”, ma, che nelle sue mani vengono sublimate ad un elevato racconto. La sua pittura amaterica riesce a trasferire in immagini momenti di alta lirica, dettati dal proprio intimo. Racconta il suo percorso d’uomo, d’artista, un percorso che lo ha sollevato da un momento di grande sconforto in età infantile, a seguito della perdita del padre, durante il quale “una scatola di colori è stata terapia” dell’anima.
La sua relazione con la natura è estremamente intimistica, ha la capacità di enfatizzare quella particolare porzione emotiva e sentimentale. È una relazione che non può certamente rientrare nella più consueta categorizzazione utilizzata quando si parla di “natura morta”. Il suo lavoro trae origine dalla realtà che lo circonda, ma alla fine approdando a qualcosa di estremamente rappresentativo del suo essere: da natura reale diviene immaginaria. I suoi orti appaiono come dei palcoscenici in cui i frutti, simboli di ricordi, che uscendo da velature di rarefatta luce divengono realtà da toccare, ci appaiono da annusare, da mangiare. Utilizza l’acquarello perché “la sua trasparenza, la sua non corporeità, è la modalità maggiormente adatta per raccontare un fiore”. La leggerezza della sua rappresentazione naturalistica, la lascia narrare alle porzioni che ci appaiono di colore bianco, ma che in realtà non vengono per scelta colorate, preferendo il rivelarsi della carta stessa a discapito di una mancata volumetria per una dolce fragilità.
I suoi acquerelli diventano contenitori di una memoria visiva che va oltre il racconto dell’uomo e dell’artista, celano un richiamo ad archeologici affreschi delle antiche dimore romane. La serie di melograni, limoni, fiori, fichi d’india ritratti con amorevole zelo, riscontrabile nell’attenzione riversata nei suoi studi preparatori, vibrano su un fondo che con la sua trama diviene tessitura della composizione stessa. I colori tenui, rarefatti, evanescenti, si fondono tra loro imbevendo la carta utilizzata e scelta con voluta irregolarità, con l’intento di creare un humus in cui l’artifizio si possa fondere con la casualità naturale. Uno sguardo dolce, melanconico, nostalgico nell’osservare la realtà, ma una realtà suggestionante, una realtà che lo riporta indietro, essendo il frutto, simbolo dell’alternarsi dei cicli vitali, lungo un cammino di vita fatto anche da momenti difficili che hanno contribuito a creare questo meraviglioso protagonista. Rende tutto questo senza alcuna affettazione, il naturale ritrarre è naturale per lui, è connaturato in lui. È la sua natura, è il suo giardino interiore, luogo intimo in cui sono accolti e raccolti i suoi sentimenti, le sue percezioni della realtà circondante. Una realtà naturale dove l’immagine reale è solo apparenza, è priva di fisicità, è sua ma al contempo nostra, nel senso di “riconosciuta”, diventa di tutti, si trasforma in un luogo privato in cui ognuno di noi può rifugiarsi, può abbandonarsi, può emozionarsi, e cogitare sul vero senso di ciò che lo circonda.
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Stefano Mavilio Esperto di comunicazione. Fondatore di ArsTuaVitaMea si occupa di cultura e comunicazione con i nuovi media. Responsabile comunicazione dell'agenzia televisiva Videocomunicazioni.com
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