Recensione Mabou Mines Dollhouse

Lo spettacolo è una rivisitazione sorprendente di Casa di bambola di Ibsen: le scelte registiche e la conseguente schizofrenia attoriale ibridano il testo di immagini dell’io della protagonista: Nora (interpretazione eccezionale dell’attrice sia per la movenze - compresa la mimica facciale - che per le intonazioni vocali). A livello strutturale vi sono dei veri e propri inserti registici che spezzano la linearità del dramma originale e vanno a sviluppare e sottolineare il travaglio psichico della protagonista preoccupata dai debiti perpetuati: vere e proprie scene di delirio dionisiaco (resi con personaggi dai volti mascherati da bue, o con il flauto o con altri espedienti brechtiani che rendono estraniante la scena). Tutto si svolge all’insegna dello sconvolgimento, grazie anche alla musica classica del pianoforte che, alternando brani lenti a pezzi movimentati scandisce le situazioni e i movimenti dei personaggi, oltre che le loro battute, quasi sempre ritmate perfettamente tenendo in considerazione, a volte, anche i tempi comici; trasformando così un dramma borghese in commedia. E per quanto riguarda i movimenti essi sono quasi sempre artefatti e formalizzati in passi di danza classica, vanno a chiarificare il ridicolo o la falsità o l’ipocrisia del medio borghese, protagonista in tutto e per tutto in questo dramma inizio secolo.
La scenografia è costituita da un pannello scomponibile a misura di nano, perché proprio loro rivestono le parti maschili dello spettacolo, come a voler sottolineare grazie soprattutto alla scenografia composta di piccole sedie e oggetti, il dovere della donna di adattarsi all’uomo e non viceversa.
Ma la cosa che mi è apparsa più sorprendente è stata la combinazione di tendenze artistiche americane miscelate con sapienza con quelle europee. Per esempio nella seconda parte dello spettacolo, quando Nora si sente tradita dal marito e decide di lasciarlo, lei si trova in un palchetto rialzato in fondo al palco e inizia una sorta di comizio femminista all’americana con tanto di applausi registrati, ma ad un certo punto si toglie l’altisonante parrucca bionda e i vestiti, rimanendo glabra e rasata: un androgino iniziato alla ricerca metafisica. Inoltre spesso dal musical si passa a scene suggestive e cariche di simbolismo: il vecchio dottore che sta per morire passa la sua maschera della morte (che aveva usato al ballo in maschera) alla cameriera incinta dopo aver posato l’orecchio sul pancione di lei e lei lo prende in braccio portandoselo via. Ritroviamo poi scene tipiche del teatro animazione anni Settanta (Living theatre, per citare dei compaesani dei Mabou mines) dove figure con i trampoli invadono la scena. La recitazione, invece, è una combustione della tecnica naturalistica di Stanislavkij ed estraniante di Brecht e artefatta di Mejerchol’d. E per questo inizialmente la definivo schizofrenica come lo stesso regista l’ha definita.
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Anita Miotto
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Bellissimo scritto di Anita. Comprensibile anche a uno come me.
Sempre eccelsa-mente Anita.
Antonio.