Recensione ‘Quick Silver’ di Ko Murobushi
Quick Silver Ko Murobushi
Visto da Anita Miotto il 14 febbraio 2007 all’Auditorium di Roma
In scena solo una montagnetta di sabbia bianca illuminata dall’alto da due fari a pioggia. Il resto buio. Silenzio. Una figura si aggira dal fondo della scena, si intravede; una figura in giacca, senza cravatta…si avvicina piano al faro di luce con una camminata che si scompone di tanto in tanto. Ecco, ora ne possiamo vedere il volto: è deforme, sì, una maschera cieca, come viene definita quel tipo di maschera a cui mancano i buchi per gli occhi, sicuramente il tipo di maschera più inquietante che esiste. Così il suo volto acquista sembianze quasi da alieno ma in realtà è allo stesso tempo estremamente umano: è il volto del feto poco prima del parto. Un feto che ritornerà più volte come immagine all’interno dello spettacolo, un feto che cade che rappresenta un’umanità incapace di reggersi in piedi, un’umanità che scaraventa il cranio a terra in segno del continuo atteggiamento masochista nei confronti della nostra razza e del nostro mondo, un’umanità che è feto ma allo stesso tempo è alieno argentato, alieno Piccolo principe solo nel suo pianeta con il suo vulcano…di cui però non si prende cura. Questa creatura si esprime a livello gestuale soprattutto con…
…mani e piedi, torcendoli verso l’interno ricercando il deforme nel silenzio emettendo qualche particolare sonorità sempre molto ambigua nel suo poter essere infantile come paranormale. Ma ci sono altre suggestioni che si inseriscono in questo spettacolo e ritrovano fondamento in ambito teorico riprendendo sia la storia del Giappone che quella della danza (tematiche affrontate nelle conferenze sulla danza contemporanea giapponese nel settembre 2006 a Bologna a cura della professoressa Casini Ropa del DAMS). L’arte giapponese contemporanea è stata ed è ancora suggestionata dalla bomba atomica. È un popolo, quello giapponese, che non può ovviamente dimenticare una tale vicenda, che nello spettacolo di Murobushi viene rappresentata verso la fine utilizzando dei suoni molto forti e violenti (che tra l’altro creano un buon gioco di contrasto con il silenzio asettico di prima, tutto meraviglioso, grazie ai giochi di luci di taglio che creano veramente un altro pianeta). È un momento questo del finale in cui l’artista si scaraventa con il suo corpo sulla montagnetta di sabbia spargendola ovunque utilizzando il suo corpo molto bene tra caduta e cristallizzazione del movimento. La caduta invece ritrova il suo fondamento in ambito teorico in quanto molto si è parlato della difficoltà del ballerino di cadere, sembra una banalità, ma se ci si pensa un ballerino di danza classica o comunque di danza tradizionale, riferendosi al Giappone, non esprime mai la caduta e non sa cadere. Ecco che vediamo il ballerino in questo caso sperimentare più tipi di cadute fino ad arrivare a cadere dal palcoscenico per poi risalirlo con ancora più impeto. È un lavoro quello che ha mostrato Murobushi, appassionato e impegnato e ancora avvolto da un’aurea fantastica, che tra l’altro mi fa tornare in mente un momento molto bello dello spettacolo: l’artista che ha ancora il cranio coperto da un telo (quello che gli forma la maschera cieca) si batte la testa con le mani probabilmente in segno di disperazione e dalla sua testa esale una polvere fina che va verso l’alto creando sopra di lui una vera e propria aurea; di lì a poco si toglierà dal volto il telo e la giacca e i pantaloni per mostrarci il suo corpo argentato muoversi tra stupore e sofferenza.
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Stefano Mavilio Esperto di comunicazione. Fondatore di ArsTuaVitaMea si occupa di cultura e comunicazione con i nuovi media. Responsabile comunicazione dell'agenzia televisiva Videocomunicazioni.com
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